UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE PDF

Prima parte: Fallaci[ modifica modifica wikitesto ] Questi hanno quattro figli: Gaetano, Carlo, Violante e Aloisio morto a quattordici anni. Odia il fatto che il padre sia un terziario francescano e, a differenza di tutta la sua famiglia, sa leggere e scrivere. La condizione per partire era quella di andare a Firenze e aspettare che il segretario di Filippo Mazzei lo portasse al porto insieme ad un gruppo di altri uomini.

Author:Tulkree Taubei
Country:Maldives
Language:English (Spanish)
Genre:Love
Published (Last):13 February 2015
Pages:168
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ISBN:571-2-56648-293-6
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Espediente mai capito e mai accettato. Li incontravo ovunque. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi. Un viaggio difficile in quanto era troppo tardi per interrogare chi non avevo mai interrogato.

Cose che ero riuscita a vedere prima che finissero in cenere, una terribile notte del Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati.

Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Era esistito davvero il dolce arcavolo contadino che spingeva il fervore religioso fino a flagellarsi, era esistito davvero il rude arcavolo marinaio che apriva bocca solo per bestemmiare? Non ricorrono forse di generazione in generazione, perpetuandosi?

Affannosa, frenetica. E come una formica impazzita dalla fretta di accumular cibo corsi a rovistar tra gli archivi, i mastri anagrafici, i catasti onciari, i cabrei, gli Status Animarum.

Rozzi censimenti, insomma. Ad esempio quelli che, secondo un foglio della cassapanca perduta, nel avevan lasciato Firenze per sfuggire alla peste di cui il Boccaccio parla nel Decamerone e rifugiarsi nel Chianti. I loro nipoti e pronipoti, lo stesso. Nel caso dei nipoti e dei pronipoti scoprii addirittura particolari che le due voci non mi avevan fornito, creature nelle quali potevo identificarmi fino allo spasimo, di cui potevo supporre ogni gesto ed ogni pensiero, ogni pregio ed ogni difetto, ogni sogno ed ogni avventura.

E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Parte da Panzano, un paesino di fronte alla casa in cui intendo morire e che prima della ricerca condotta dalla formica impazzita guardavo senza sapere quanto vi appartenessi, e avviandone il racconto mi pare giusto offrire qualche notizia a chi non conosce quel tempo o quel luogo. Merli e cinciallegre e tordi e usignoli che cantano come angeli.

Le colline sono ripide ma struggentemente armoniose, coltivate in gran parte a filari di vigne che producono un vino assai rinomato e a uliveti che producono un olio assai saporito e leggero. Dopo la vendemmia fiorivano le ginestre, i campi si bordavano di siepi gialle, e col rosa delle eriche o il rosso delle bacche ogni siepe sembrava una vampata di fuoco. Due secoli fa Panzano contava duecentocinquanta abitanti tra cui lo speziale, il vetturale, il procaccia, il sensale di matrimoni, il cerusico che aiutava le vacche a partorire e la gente a morire, ed eccetto quei cinque erano tutti contadini.

Mezzadri o pigionali che lavoravano i latifondi del granduca o dei signori o degli enti ecclesiastici e il cui sogno era possedere un livello. Vale a dire, prendere in enfiteusi un podere e scrollarsi di dosso il padrone. Di solito, un despota al quale apparteneva ogni istante della loro giornata e senza il cui permesso non potevano nemmeno sparare a un fagiano o prendere moglie.

La loro anima, invece, apparteneva al prete. Il primo, nella prioria di Santa Maria Assunta in Cielo: al centro del paese. Il secondo, nella Pieve di San Leolino: lungo la strada per Siena. I ricchi vi si recavano col cavallo o con la carrozza, i meno ricchi col calesse del vetturale, i quasi poveri con il barroccio, e i poveri a piedi.

Bei porticati, bei torrini e bei forni per cuocervi il pane. Il cariello. Era un lusso anche illuminare le stanze. Le lampade a olio costavano care e al calar del buio si accendeva una candela o si andava a letto.

Altrettanto presto ci si svegliava. Si lavorava molto, a Panzano. In media, quindici ore al giorno. Il che non impediva frementi amplessi nei pagliai e scomode gravidanze da riscattare col matrimonio. Anche fra marito e moglie ci si dava del voi, in segno di riguardo, e le donne contavano poco. Gli ospedali in campagna non esistevano. Sebbene a Radda ci fosse un medico condotto, a Panzano bisognava accontentarsi del cerusico che aiutava le vacche a partorire e la gente a morire.

Non esistevano nemmeno i cimiteri. Tantomeno esistevan le scuole. Solo se il prete ti insegnava, imparavi a leggere un libro, compilare una lettera, far di conto.

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Ā«Un cappello pieno di ciliegieĀ»

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Un cappello pieno di ciliege

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UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE Oriana Fallaci

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